Buio intorno a me

Postati in useless word con i tag su agosto 24, 2011 da oneskinless

Accarezzami il viso.
Il mento alzandosi spinge gli occhi a schiudersi lentamente, come per la prima volta.
Accarezzami il viso.
Afferralo a mani piene e percorrilo.
Dalle sopracciglia verso il naso e poi gli zigomi e poi le guance in punta di dita e poi ancora dietro a cercare la nuca.
Accarezzami il viso.
E nel frattempo i nasi che si sfiorano, le fronti che si toccano, le parole a metà, affogate nel respiro e nei mezzi sorrisi che stanno per aprirsi, dalle ciglia che stanno per richiudersi
Accarezzami il viso.
E anche il buio sarà dolce.

A night like this

Postati in Images&words su luglio 25, 2011 da oneskinless

Il cuore in gola, l’aria congelata che esce dalla bocca frettolosa, il ritmo del respiro scandito dal rumore delle suole degli stivali nuovi: la suola troppo liscia, il tacco troppo alto per la discesa ripida. Ma non importa. Fa anche freddo e  il vestito è di seta, gelato contro la pancia, tesa, contratta; ha le bretelline sottili, anche sotto gli strati di velo che le coprono sente i capelli sfiorare la pelle d’oca sulle spalle. Il lucidalabbra tiene saldamente serrata la linea delle labrra, ma forse è meglio così, in ogni caso non riuscirebbe a dire una parola. Le dita sono bastoncini gelati che continua a torcere, muovere, infilare nella borsetta, in cui ogni piccolo oggetto sembra essere stato trasportato direttamente dall’era glaciale. L’indice e il suo smalto scuro arpionano accidentalmente il calmante più adatto, un piccolo accendino rosso, mentre le altre dita vagano alla ricerca dell’angolo del pacchetto delle sigarette. Ne accende una: l’ha messa tra le labbra lucide strette come se stesse per prendere una medicina amara ma necessaria. E lo è. Dicono che calmi i nervi e a volte è così. In questo caso sembra serva solo ad accartocciarle maggiormente lo stomaco mentre il brusio si fa più forte, il buio si va diradando in una luce rossastro- arancione. Iniziano a passarle accanto persone più o meno conosciute. Vorrebbe non doversi fermare a salutare, chiacchierare, al rituale del “Hey anche tu qui”. Un paio di volte succede, ma riesce a evitarlo accelerando ancora l’andatura, senza che questo serva per altro a riscaldarla minimamente.L’entrata. Chiunque abbia scritto le favole non è mai stato a una festa a cui teneva particolarmente o deve esserne rimasto molto deluso per immaginare questo momento come il più importante. Dietro la porta bianca, luci più forti, nessuna traccia del freddo pungente ma pulito: solo un calore appiccicoso e denso in cui muoversi tra comparse più simili a ombre che alle persone cui dovrebbero appartenere.  Tratti diluiti e sfuocati, posture insolite. Se riesci a catturare uno sguardo puoi stare sicuro che sia annacquato o che sia prossimo a esserlo. Nessuna folla che si apre per mostrarti quello che cerchi come una rivelazione. Anzi, la rivelazione ti è appena passata dietro urtandoti una spalla senza neanche essersene accorto. Il bicchiere in mano, pollice e indice appena sotto al bordo, torsione del polso quel tanto che basta per bere un pò, sorriso e pacca sulla spalla al conoscente del momento. Di nuovo perso. Anche perchè nel frattempo il rituale è ricominciato. “Già che sei qui perchè non balliamo” oppure ” Vado a prenderti qualcosa  da bere”. Si una buona idea. Le bollicine che salgono su per il naso servono sempre a evitare di girarsi intorno con aria imbarazzata. Anche quando dopo un pò ti rendi conto di stare mordicchiando il bicchiere di plastica, ancora in bocca, col segno del labbro superiore marchiato sul bianco liscio, appena sopra le scanalature. E che in realtà non stai guardando la persona che ti parla: un sottile, persistente ronzio appena più distinguibile della musica, solo per questioni di prossimità, ti informa della presenza di un altro essere umano di fronte a te ma i tuoi occhi sono altrove. Lanciati a farsi strada in una massa informe di persone inutili, almeno in quel momento. Fumo, caldo, condensa e musica fortissima. Ogni tanto la porta si riapre per far rientrare un soffio di gelo, subito trasformato in altro caldo, in altro rumore. Alla terza volta, potrebbe sembrare che sia il caso di spostarsi, ma questa volta si è richiusa dietro a quello che per tutta la festa era sembrato introvabile.  Fortunatamente non c’è stato nessuno smottamento dalla posa sulla sedia di plastica bianca: gambe accavallate, il gomito puntato  sul ginocchio, la mano sotto il mento, arrivato fin li grazie alla schiena inarcata. E l’espressione soprattutto. Annoiata a morte. Rassegnata. Nessun cambiamento eccetto per gli occhi. Si sono spostati di sotto in su,  e sembrano diversi. Ma è un lampo, e da tempo è evidente che quelli in grado di cogliere questi cambiamenti vivono su un altra galassia. A molti  sembra stupido e incredibile dire di rendersi conto di quello che la gente pensa semplicemente guardandola negli occhi.  E  sono chiaramente infastiditi quando lo fa, i suoi sgranati e aperti fissi sui loro. Se sono osservati si ritraggono, come gli anemoni. Tornano inespressivi, magari dopo un breve movimento di fastidio (naso arricciato, ciglia aggrottate, sopracciglia di conseguenza) e iniziano a puntare zone a caso della tua faccia o del muro dietro la tua testa, e in quel caso il trucco  potrebbe disfarsi completamente che non se ne renderebbero conto. A volte è comodo, dà modo di osservare meglio. A volte è semplicemente irritante perchè è una precauzione inutile, specie quando dall’altra parte non c’è nessuna difesa o resistenza. In questo caso è andata bene. Uno scontro diretto, sorriso abbozzato da entrambe le parti.  E’ un attimo dai convenevoli, al “Vuoi che andiamo a ballare”, alla mano, liscia e fredda di lui, palmo in su ad accogliere quella umida e calda di lei, appoggiata come per fare la carezza sulla testa di un bambino. In mezzo a persone dai contorni sempre più opachi e indistinti, c’è un posto in cui muoversi. La musica è bella, o almeno a lei  piace ma per la prima volta cerca di non guardarlo mentre ballano. Ma lui lo sta facendo. Le spalle nude, il modo in cui si muove. Sa esattamente dove si trova, su di lei. Chiude gli occhi, sussurra il testo come un mantra, lascia – o almeno ci prova- che la musica la allontani un attimo da quel terzo grado  indiretto. Perchè è una risposta chequello sguardo cerca, e non quella veloce, un “Si, anche io” sussurato quando lui si è avvicinato all’orecchio per  dirle che adora questa canzone.  Quando le dicono che parla troppo, non si rendono conto che, quanto meno, le parole puoi sceglierle, dosarle, mentre gli occhi no. Sono indecenti, senza filtro, senza vergogna. Incapaci di tenere il più piccolo segreto, perfettamente in grado di metterti nei guai, in un verso o nell’altro. Li riapre, come appena sveglia la mattina. Le ciglia che si separano lentamente, la pupilla che si stringe, l’iride che le si riassesta intorno mettendo a fuoco.  “Credo sia meglio uscire”.  Nessuno ha parlato ma, a quanto pare, fuori, non fa più così freddo.

niente da aggiungere

Postati in Images&words con i tag su luglio 3, 2011 da oneskinless

stayed up late last night
lying here in bed
looking for words
to say the things i left unsaid
wind at my window
whispers to me instead
and i lie alone
writing letters in my head

where you are, i am
through nights that never end
where you are, i am
in words i’ll never send

walked alone last night
cold streets of could be anywhere
looking for words
to share the thoughts i could not share
road at my heels
takes me away instead
and i walk alone
writing letters in my head

where you are, i am
through streets that never end
where you are, i am
in words i’ll never send

where you are, i am
through nights that never end
where you are, i am
in words i’ll never send
never, never send

stayed up late last night
lying here in bed
still looking for words
still writing letters in my head

Show me kindness, show me beauty, show me truth

Postati in useless word su gennaio 31, 2011 da oneskinless

E’ sottile, impercettibile. Come la sensazione di un pizzico leggero. Passa in fretta ma senti che c’è stato. Perchè le palpebre si chiudono un attimo più veloce di quanto dovrebbero. e la bocca che è di un millisecondo troppo lenta a rilasciare le parole.
Conosco i tempi e le forme dei pensieri, delle paure, della rabbia, dell’amore. L’assimetria, per quanto minima, è uno sfregio che ravviso immediatamente. Una vibrazione in una melodia eseguita alla perfezione, ma senza convinzione, senza cuore è comunque una stonatura.
Non credere che possa scambiare facilmente un banale ritornello per una sinfonia.

Un biglietto, per favore.

Postati in useless word su ottobre 17, 2010 da oneskinless

I momenti speciali. O più semplicemente quelli che, anche se non lo sai, ti segnano nel bene o nel male. Quando ci pensi puoi risentirne l’odore, le sensazioni. Faceva caldo, faceva freddo, c’era il vento, era buio. Ero appena sveglia e c’era la stanza inondata di luce. Mi sono sentita morire, mi sono sentita il cuore liquido come quel riff di chitarra della canzone che stavo ascoltando. Aveva gli occhi tristi, piangeva ma era felice e mi ha abbracciata forte facendomi pensare che è bello avere degli amici.

Non sono solo ricordi, sensazioni. Hanno una concretezza che non coinvolge solo la mente, o non ci sarebbe spazio anche per chi era con noi in quel momento. Se possiamo riviverli così intensamente da qualche parte, sono sicura, esistono ancora. I l sogno è tornare in un luogo e in un tempo che sappiamo benissimo non essere scomparso; è’ per questo forse che l’uomo sogna la macchina del tempo e ha scritto e girato tanti film su come sarebbe avere questa opportunità di cambiare il nostro destino, magari solo per soffrire un giorno di meno, per non perdersi un sorriso, per vedere ancora una volta qualcuno che non c’è più.  E ogni volta, pare che la conclusione sia sempre che certi momenti andrebbero lasciati esattamente come quando sono successi la prima volta.

E non vedo l’ora di incontrarli per poterglielo dire di persona.

 

Nutshell

Postati in Images&words su giugno 13, 2010 da oneskinless

“La musica è l’esempio unico di ciò che si sarebbe potuta dire – se non ci fosse stata l’invenzione del linguaggio, la formazione delle parole, l’analisi delle idee – la comunicazione delle anime” – La Prigioniera, Marcel Proust.

E’ che se una cosa l’avete sentita, in qualunque modo, in qualunque parte del vostro corpo, Proust sicuramente ha saputo spiegarvi com’è successo e quanto intensamente. Ha chiuso gli occhi per voi e l’ha visualizzata, riuscendo a farne un quadro chiarissimo, quasi una diapositiva, usando solo le parole. E sulla fascinazione musicale, niente di più adatto di quanto riportato sopra. Ben prima che qualcuno inventasse le colonne sonore per i flashback dei film, la musica e l’azione, la musica e il fantasma dell’azione, il ricordo sono le facce di una stessa medaglia. Incorniciato nella mia finestra bianca oggi c’è un cielo dello stesso grigio della neve sporca; al di sotto, la chiazza verde orizzontale degli alberi, appoggiati su un fondo giallo intenso  ma spento di erba bruciata. Poi di nuovo il davanzale e l’atmosfera fredda e finta del condizionatore per combattere il caldo vischioso in cui ci si può dibattere in una casa al sesto piano, esposta a sud.  Ed è per questo che mi è venuta voglia di colori caldi, di aria vera, calda ma non soffocante. Ed è per questo che mi è venuta in mente Nutshell. Che per me non ha il fondo blu dell’indimenticabile performance dell’Unplugged di questo video, ma è calda come il rosso-arancione del tramonto sul mare della prima volta che l’ho sentita. Con le gambe incrociate su una panchina di un lungo mare come tanti altri, di pietra bianca e lampioni dal fusto giallo e mosaici blu. Un pò di sabbia ancora appiccicata alle gambe, che gratta le caviglie  ancora calde di sole, quando le muovi sul marmo per spostarti in avanti a giocare a carte. Gente che passeggia tutto intorno, pelle abbronzata e vestiti leggeri, e l’aria della sera che viene a iniziare il suo turno per increspare l’acqua salata e portarla a lambire la spiaggia, grigio piombo sotto il cielo blu notte. Quella volta, oltre a soffiare, è andata a pizzicare le corde di una chitarra, a togliere le note dalle mani di chi la stava suonando su una panchina poco distante per portarle a scaldare il mio orecchio, farmi girare, e farmi perdere definitivamente la concentrazione sulla partita. Non era un gran chitarrista, il ragazzo, ma aveva una bella voce, triste e lamentosa e cantava come solo un adolescente malinconico può fare: come una rockstar ispirata nel concerto della sua vita, anche se davanti ci sono solo i tuoi amici che magari aspettano un ballatone per provarci con qualcuna e tu non sei su un palco ma coi pantaloncini flosci e bagnati, seduto su un pezzo di psedudo marmo di pessima qualità, la bandana storta e il naso bruciato perchè non hai messo la crema. Nessuno di quelli con me sapeva il titolo, ho dovuto chiederlo: e sarà che è stata l’estate più bella della mia vita, sarà che certi tramonti a 17 anni,  inizio estate, fanno quel  male  dolce-amaro quasi come il primo amore ogni volta che la ascolto, qualunque cosa mi sia intorno,  riesco a tornare a quel giorno preciso, emozionarmi, essere triste e un pò felice, anche se le carte poi, non le ho mica più trovate, e forse la partita è ancora lì, in attesa di essere finita.

Can you hear me?

Postati in useless word con i tag , , , su giugno 6, 2010 da oneskinless

Certe volte me lo sono chiesto. Cos’è che trasforma delle semplici parole su un foglio di carta ( o su uno schermo) in emozione e piacere. Al di là del meccanismo neurologico che, passando dagli occhi, rende intellegibili i caratteri al tuo cervello, li stacca dal foglio e li fa diventare oggetti concreti, palpabili: una sequenza di lettere assume la forma di quello che significa, tratteggia paesaggi, vedi tutto in trasparenza, come il negativo di una foto nella tua mente. E poi ho capito, che, almeno per me, è la voce. Di chi scrive, che sento chiara e netta risuonare nella mia testa. Ognuna con un timbro, un colore e una profondità precisa. Lenta e indolente quella di Proust, scintillante e caustico Oscar Wilde, suadente ed elegante, quasi ipnotica quella di Nabokov, tagliente e asettica quella di Zola. Tanto per fare degli esempi. Ed è bello, ogni volta che apri un libro, risentirli, come quella telefonata di un amico di cui avevi perso le tracce da un po’,ma che riconosci dal “pronto”. Per questo amo le presentazioni dei libri. Mi piace dare un volto alle voci che mi hanno raccontato delle storie; un volto che sia diverso dalla foto del retro di copertina, la tempia appoggiata a due dita, lo sguardo perso nel vuoto, o peggio ancora, fisso contro il lettore, il collo teso, le braccia conserte. Non nego che spesso sia deludente, che la voce nella sala di una libreria possa essere completamente inadeguata o diversa, o meno interessante. Nè che ci siano dei libri completamente muti, incapaci di parlare,  il cui autore, anche dal vivo, si fa sicuramente doppiare dalle voci dei risponditori automatici. Impersonali e fredde. E mi chiedo se quello che scrivo, prima o poi, riuscirà ad arrivare a qualcuno come la telefonata a sorpresa che stava aspettando.

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